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Majors, minors e indipendenti
• I sei
giganti di oggi che dominano il 90% del mercato |
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Le majors di oggi:
i “Big Six”
1) Time Warner
(Warner Bros.)

2) Viacom
(Paramount)

3) Sony
(Columbia)

4) GE / Vivendi
(Universal)

5) News Corp.
(20th Century-Fox)

6) The Walt Disney
Company
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Uno
studio cinematografico di grandi dimensioni
definito
“major” è una società di
produzione e distribuzione che rilascia annualmente al pubblico un
consistente numero di pellicole, tale da garantirsi il controllo di una
quota significativa del box-office in un determinato mercato. Nel Nord
America e nei paesi occidentali – così come nel resto del mondo -, i
principali studios cinematografici conosciuti come “majors” sono
rappresentati dai sei gruppi industriali che dominano attualmente il 90%
del mercato di Stati Uniti e Canada, noti come i
“Big Six”,
giganti dei media che non comprendono più soltanto la produzione
cinematografica, ma anche editoria, intrattenimento, multimedia ecc. Il
quartier generale della divisione cinematografica di ciascuno degli
attuali “Big Six” ha sede ancora a Hollywood o zone limitrofe, essendo
tutte società già attive durante l’età
d’oro del cinema americano fra gli
anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. In tre casi, Twentieth
Century-Fox, Warner Bros. e Paramount, gli studios
sono stati parte dei leggendari “Big Five”
nel corso di tale periodo (gli
altri due erano Metro-Goldwyn-Mayer e RKO-Radio). In due
casi, Columbia e Universal, questi sono stati promossi al
rango di “majors” solo in un secondo momento, essendo originariamente
appartenenti al gruppo delle “majors minori” o “major-minors”, i
cosiddetti “Little Three”
dell’epoca d’oro (il terzo era la United Artists). Infine, il
sesto fra i maggiori gruppi industriali cinematografici attuali, Walt
Disney Company, esisteva già dagli anni Trenta ma solo come
importante società di produzione indipendente, non come “major”.
Nella maggior parte dei “Big Six”
attuali, con l’andare del tempo sono confluite
società indipendenti,
frutto di acquisizioni e/o fusioni societarie; le majors hanno anche
costituito divisioni delle proprie case
cinematografiche ciascuna
specializzata in ambiti specifici o film di genere. Ovviamente le sei
grandi di oggi operano in concorrenza con le società di produzione
minori, le “minors”,
come con le società di distribuzione o espressione dei produttori
indipendenti, note come “Indie”.
I maggiori “Indie” come Lionsgate, Summit Entertainment e
l’ex-gigante Metro-Goldwyn-Mayer, sono soprannominati talvolta
“mini-majors”,
insieme ai più giovani Overture Films e Weinstein Company
(quest’ultima in via di dissolvimento). Dal 1998 al 2005 la
DreamWorks SKG arrivò a controllare una quota di mercato sufficiente
a considerarla settima fra le majors, malgrado le sue ridotte dimensioni
e l’appoggio a distributori esterni. Nel 2006 fu acquistata da Viacom,
la casa madre della Paramount, per poi tornare ad essere
indipendente nell’autunno del 2008, appoggiata alla Walt Disney
per la distribuzione.
Oggi i principali studios sostengono
la creazione e la distribuzione di film la cui produzione effettiva è in
gran parte gestita da società indipendenti, talvolta appositamente
create da loro stessi per concentrarsi sullo sviluppo di un film
specifico, inclusa la semplice acquisizione dei diritti di
distribuzione, anche senza coinvolgimenti preliminari nel corso della
produzione. Per contro, le majors concentrano gran parte delle loro
attività nelle aree di sviluppo, finanziamento, marketing e
merchandising dei prodotti cinematografici. |
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Principali case di produzione e quote di
mercato (al 2008)
•
Time Warner guida la classifica. Il declino della MGM |
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Elenco dei principali conglomerati
industriali di media e rispettive quote di mercato (anno 2008) con
indicazione delle majors cinematografiche storiche inglobate (soltanto
la Walt Disney è essa stessa un conglomerato industriale che porta il
suo nome):
“Big Six” (majors)
1)
19,7% → Time Warner → Warner Bros. Pictures
2)
17,3% → Viacom → Paramount Pictures
3)
13,6% → Sony → Columbia Pictures
4)
13,1% → General Electric / Vivendi S.A. →
Universal Studios
5)
12,7% → News Corporation → Twentieth
Century Fox
6)
11,3% → The Walt Disney Company → Walt
Disney Pictures
“Mini-majors” (minors)
1)
04,5%
→ Lionsgate
2)
02,4%
→ Summit Entertainment
3)
01,7%
→ Metro-Goldwyn-Mayer / United Artists
4)
01,1%
→ Overture |
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Le majors prima dell’epoca d’oro di
Hollywood
•
Dai pionieri del cinema alla formazione dei primi studios |
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1910
↓
1920 |
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Nel 1909
Thomas Edison, che lotto per anni
nei tribunali sul controllo dei brevetti del cinema, ottenne un
riconoscimento importante che portò alla creazione del
Motion Picture Patents Company,
comunemente conosciuto come il “Trust”.
Comprendendo le nove maggiori compagnie cinematografiche americane di
allora, il Trust – forse il primo conglomerato americano di film – «fu
ideato per eliminare non solo i produttori cinematografici indipendenti
ma anche le 10.000 imprese attive nella distribuzione e nell’esercizio
delle sale». La lotta dei produttori indipendenti contro il Trust fu
condotta da Carl Laemmle,
la cui azienda – Laemmle Film Service – con sede a Chicago,
operando nel Midwest e in Canada, era il più grande distributore del
Nord America. Gli sforzi di Laemmle furono ricompensati nel 1912 quando
il Governo degli Stati Uniti stabilì che il Trust è stato
«un’associazione illecita e corrotta», tanto da dover essere sciolta.
L’8 giugno 1912, Laemmle organizzò la fusione della sua divisione
produttiva, IMP (Independent Motion Picture Company) con
altre società cinematografiche, creando lo studio che presto avrebbe
preso il nome di Universal. Entro la fine dell’anno, Universal
era già operativa presso i due siti produttivi di Los Angeles: l’ex
studio Nestor Film di Hollywood e un altro studio a Edendale. La
prima “major” di Hollywood esordiva quindi nel mondo degli affari.
Nel 1916 un secondo protagonista di
Hollywood gettò le proprie fondamenta quando
Adolph Zukor
fuse la propria casa di produzione
Famous Players con la Jesse L. Lasky Feature Play Company,
formando la Famous Players-Lasky Corporation. Come proprio
braccio distributivo, il nuovo studio acquisì un’altra società, la
Paramount Pictures, adottando in seguito il suo nome. La
Paramount sorpassò rapidamente la Universal come compagnia
dominante di Hollywood. Nel 1916 anche
William Fox delocalizzò la propria
Fox Film Corporation dalla costa orientale a Hollywood, iniziando
una fase di espansione. Tra il 1924, quando la Metro Pictures si
accordò con la Goldwyn Pictures e la Louis B. Mayer
Productions per formare la Metro-Goldwyn-Mayer, e il 1928,
anno durante il quale l’industria cinematografica americana si convertì
in massa al cinema sonoro, Hollywood aveva i suoi
“Big Two”:
Paramount e Loew’s Incorporated, proprietaria della
maggiore catena di sale cinematografiche nonché società madre della
Metro-Goldwyn-Mayer. Nel corso del 1927, i successivi tre studi di
maggiori dimensioni che andarono affermandosi furono Fox,
Universal e First National (fondata nel 1917). Spronata dal
grande successo de “Il cantante di jazz” (1927), il primo importante
lungometraggio parlato, la piccola Warner Bros. (fondata nel
1919) entrò rapidamente nella schiera delle majors, tanto che nel 1928
acquistò la First National. Fox, in prima linea nel cinema
sonoro come la Warner, acquisì anche un considerevole circuito di
sale cinematografiche per proiettare i suoi prodotti. |
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Le majors durante l’epoca d’oro di
Hollywood
•
Anni Trenta e Quaranta: la perfetta fabbrica dei sogni |
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1930
↓
1940 |
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Tra la fine del 1928, quando
David Sarnoff
della RCA progettò la creazione dello studio RKO (Radio-Keith-Orpheum)
e la fine del 1949, quando la Paramount fu costretta a cedere la
sua catena di cinematografi - più o meno il periodo ritenuto come
l’epoca d’oro di Hollywood – c’erano otto
case di produzione cinematografiche comunemente considerate come majors.
Fra queste otto, le cosiddette “Big Five”
erano dei conglomerati integrati, combinando
la proprietà di uno studio di produzione
(con la stipulazione diretta dei contratti coi cineasti e gli attori),
una divisione distributiva
e una catena di cinematografi:
Loew’s/MGM, Paramount, Fox (che divenne
Twentieth Century-Fox dopo la fusione nel 1935), Warner Bros.
e RKO-Radio. Le rimanenti majors furono indicate talvolta come
“Little Three”
oppure “major-minors”. Due – Universal
e Columbia (fondata nel 1919) – furono organizzate in modo simile
alle “Big Five”, tranne per il fatto che esse
non furono mai proprietarie di una catena di sale
cinematografiche (una costante e
affidabile fonte di profitti). La terza delle major minori, United
Artists (fondata nel 1919), possedeva alcuni teatri e usufruiva
degli studi di proprietà dei consociati, ma soprattutto ha funzionato
come sostenitore-distributore, prestando denaro a produttori
indipendenti e distribuendo i loro film.
Durante gli anni Trenta, le otto “majors” rilasciavano una media di
circa 358 film all’anno;
negli anni Quaranta,
le quattro principali compagnie spostarono gradualmente la maggior parte
delle proprie risorse verso produzioni ad alto budget a scapito delle
film di serie B, abbassando la media
annuale a 288 film.
Tra le caratteristiche significative
dell’epoca d’oro c’erano la stabilità delle
“majors” di Hollywood, la loro gerarchia e la loro quasi completa
dominanza del box-office.
All’apice dell’età d’oro, nel 1939, le “Big Five” avevano quote di
mercato oscillanti dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer) al 9% (RKO-Radio);
ciascuna delle “Little Three” deteneva una quota intorno al 7%. In
sintesi, le otto majors controllavano il
95% del mercato e tutte le
compagnie più piccole messe insieme raggiungevano il 5% come totale.
Dieci anni dopo, lo scenario era sostanzialmente identico: le “Big Five”
detenevano una quota di mercato oscillante dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer)
al 9% (RKO); le “Little Three” avevano quote di mercato
oscillanti dall’8% (Columbia) al 4% (United Artists). In
sintesi, le otto majors controllavano il 96% del mercato e tutte le
altre piccole case mettevano insieme un 4% come totale. |
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Le majors dopo l’epoca d’oro di Hollywood
•
Il declino dello studio-system e la guerra (persa) con la TV |
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1950
↓
1960 |
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La fine dell’età d’oro coincise nel 1948
con la sconfitta delle majors nei confronti di una causa condotta
dall’Antitrust federale, che terminò con
l’obbligo di cedere una delle tre divisioni che componevano la macchina
perfetta degli studios (allora
composta da unità di produzione, ramo distributivo e circuito di
cinematografi, in pratica le tre fasi che completavano il ciclo completo
necessario a garantire i profitti delle majors, a scapito dei produttori
indipendenti e delle case minori), optando per la cessione delle catene
di sale cinematografiche detenute dalle “Big Five”. Benché questo
provvedimento non produsse virtualmente effetti immediati, andando a
scardinare il dominio delle otto majors sul box-office totale, di fatto
iniziò a livellare il terreno di gioco fra
le “Big Five” e le “Little Three”.
Nel novembre del 1951, Decca Records acquistò il 28% della
Universal; l’anno seguente, lo studio divenne la prima major di
Hollywood ad essere rilevata da una compagnia estranea al business del
cinema, non appena Decca acquisì la maggioranza della proprietà.
Gli anni Cinquanta videro due sostanziali cambiamenti nella gerarchia
delle majors: la RKO, da sempre la più debole fra le major,
declinò rapidamente in seguito alla cattiva gestione dello studio da
parte di Howard Hughes, che aveva acquisito il controllo azionario dello
studio nel 1948. Col tempo Hughes vendette lo studio alla General
Tire and Rubber Company nel 1955, mentre lo studio diventava una
major di cui non rimaneva che la reputazione. Nel 1957, quasi tutte le
attività della RKO legate alla produzione cinematografica
cessarono e lo studio si sciolse nel 1959 (resuscitata in scala ridotta
nel 1981, oggi opera come compagnia indipendente minore). Al contrario,
vi è stata la United Artists, che aveva operato a lungo col
modello di finanziamento e distribuzione dei film indipendenti, una
formula verso la quale si orientarono progressivamente anche le altre
majors. Sotto Arthur Krim e Robert Benjamin, che hanno iniziato a
gestire la società nel 1951, la United Artists divenne una
compagnia sempre più redditizia. Nel 1956 – quando distribuì uno dei più
grandi campioni di incasso del decennio, “Il giro del mondo in 80
giorni”, arrivò a detenere una quota di mercato del 10%. Alla metà del
decennio successivo, essa raggiunse il 16% e fu il secondo studio più
redditizio di Hollywood. Malgrado il crollo della RKO, nel corso
degli anni Cinquanta le majors riuscirono a
distribuire ancora una media di 253 lungometraggi all’anno.
((in conclusione è opportuno ricordare come la fine dello studio-system
sia stata accelerata anche dalla brusca riduzione degli incassi al
box-office, un crollo nel numero di spettatori sempre più orientati al
consumo domestico delle trasmissioni televisive a scapito della
frequentazione dei cinematografi, n.d.r.).
Gli anni Sessanta sono caratterizzati da
una serie di acquisizioni societarie. MCA, sotto Lew Wasserman,
acquistò la Decca Records nel 1962, quindi anche la Universal; Gulf+Western rilevò la
Paramount nel 1966 e la Transamerica Corporation acquistò la
United Artists nel 1967. La Warner Bros. ha subito grandi
riorganizzazioni due volte in due anni: la fusione nel 1967 con la
Seven Arts e l’acquisto nel 1969 da parte della Kinney National,
sotto Stephen J. Ross. Metro-Goldwyn-Mayer, in un processo di
lento declino, cambiò di proprietà due volte nello stesso arco di tempo,
liquidata nelle mani del finanziere Kirk Kerkorian. Nel corso di questo
periodo, le majors abbandonarono quasi
interamente le produzioni a basso budget,
abbassando a meno di 160 la media annuale
dei lungometraggi annualmente distribuiti.
Il decennio vide anche un vecchio nome di Hollywood guadagnarsi una
posizione di leader. Nel 1923, Walt Disney aveva fondato il Disney
Brothers Cartoon Studio col fratello Roy e l’animatore Ub Iwerks.
Nel corso dei successivi tre decenni, Disney divenne il produttore
indipendente di riferimento nel campo dell’animazione e, dalla fine
degli anni Quaranta, per un numero crescente di film dal vero. Nel 1954,
la compagnia – adesso Walt Disney Productions - creò la propria
divisione distributiva, Buena Vista Film Distribution, per
gestire direttamente i propri prodotti che sono stati distribuiti per
anni da diverse majors, soprattutto United Artists e poi RKO
(“Biancaneve e i sette nani” 1937, distribuito dalla RKO, è stato
il secondo più grande successo degli anni Trenta). Nel suo primo anno di
vita, la Buena Vista ottenne un forte riscontro con “20.000 leghe
sotto i mari”, il terzo più grande film al box-office nel 1954. Nel
1964, Buena Vista ha avuto il suo primo blockbuster, “Mary
Poppins”, uno fra i più grandi risultati al botteghino di metà decennio.
La compagnia raggiunse quell’anno il 9% di quota di mercato, più della
Fox e della Warner Bros. Anche se nel corso dei due
decenni successivi, le quote di mercato della Disney/Buena Vista
raggiunsero nuovamente livelli simili, un numero di produzioni
relativamente ridotto e la focalizzazione sui prodotti cinematografici
per famiglie fecero sì che questa società non venisse considerata una
major, malgrado il successo. |
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Anni Settanta e Ottanta
•
Dalla crisi al rinnovamento generale dell’industria |
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1970
↓
1980 |
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I primi anni Settanta furono difficoltosi
per tutte le majors. La frequenza delle
produzioni, che già stava declinando rispetto all’epoca d’oro, raggiunse
il picco negativo nel 1971. Nel
1973 James T. Aubrey, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer,
ridimensionò drasticamente lo studio, riducendo i programmi di
produzione ed eliminando il suo braccio distributivo (la United
Artists avrebbe distribuito da quell’anno i film dello studio per
tutto il resto del decennio). Dei 15 rilasci nel 1973, l’anno successivo
la MGM li ridusse a 5, e la sua media per il resto degli anni
Settanta sarebbe stata ancora inferiore. I tagli, usando le parole dello
storico cinematografico Joel Finler, «ridussero quel che una volta
rappresentava l’orgoglioso studio in un fallito di Hollywood». Come la
RKO nei suoi ultimi giorni sotto Hughes, la MGM rimase una
major dal marchio illustre solo in termini di prestigio, ma nulla di
più. La MGM, tuttavia, non è stato l’unico studio a rinunciare al
suo ramo distributivo. Verso la metà degli anni Settanta,
l’industria subì un contraccolpo dal quale scaturì
una svolta filosofica nel modo di produrre.
Mentre le majors andavano focalizzando sempre di più la loro attività
principalmente nello sviluppo di nuovi e promettenti film campioni di
incassi ad alto budget, iniziando la prassi di distribuirli in
contemporanea in molte centinaia di sale cinematografiche (con un
approccio chiamato “saturation booking”),
il numero complessivo di pellicole rilasciate dalle majors nel corso del
periodo 1974-1984 scese a 81 film annuali.
Il classico scenario delle majors fu scosso ulteriormente alla fine del
1980, quando il disastrosamente costoso flop del film “I cancelli del
cielo” portò la United Artists alla rovina. Lo studio venne
venduto l’anno successivo a Kerkorian, il quale lo fuse alla sua MGM,
creando la MGM/UA che, dopo una breve ripresa, imboccò nuovamente
la strada del declino. Dalla metà degli anni Ottanta, MGM/UA è
stata, nel migliore dei casi, una “mini-major”, per usare un termine di
oggi.
Nel frattempo, un nuovo membro fu
finalmente ammesso nel club dei grandi studios e due contendenti
significativi apparvero sulla scena. Con la creazione del marchio
Touchstone Pictures e la crescente attenzione al mercato adulto
nella metà degli anni Ottanta, la Disney/Buena Vista si vide
garantire il riconoscimento ufficiale di “major” a pieno titolo. Gli
altri due contendenti furono entrambe nuove imprese. Nel 1978, Krim,
Benjamin e altri tre dirigenti lasciarono la United Artists per
fondare la Orion Pictures in joint-venture con Warner Bros.,
annunciata ottimisticamente come “la prima nuova major cinematografica
in 50 anni”. Tri-Star Pictures fu creata nel 1982 come una
joint-venture fra Columbia Pictures (allora di proprietà della
Coca-Cola), HBO (allora di proprietà di Time, Inc.) e
CBS. Nel 1985, la News Corporation di Rupert Murdoch ha
acquistato la Twentieth Century-Fox, l’ultima major fra le cinque
classiche rimasta relativamente sana e indipendente attraverso l’intera
epoca d’oro di Hollywood ed anche in seguito.
Nel 1986, la quota di mercato complessiva di
tutte le sei major classiche superstiti
– a quel punto Paramount, Warner Bros., Columbia,
Universal, Twentieth Century-Fox e MGM/UA –
scese al 64%, la più bassa dall’inizio dell’età
d’oro. La Walt Disney era
in terza posizione, dietro solo a Paramount e Warner Bros.
Anche comprendendola come settima major e aggiungendo il 10% della sua
quota di mercato, il controllo del box-office generale del Nord America
da parte delle majors segnò un calo storico. Orion, ormai
completamente indipendente dalla Warner Bros., e Tri-Star
si erano ben posizionate come “mini-majors”, ciascuna con una quota di
mercato di circa il 6% nel Nord America. Le piccole case di produzione
indipendenti raccolsero complessivamente il 13%, più di ogni altro
studio, Paramount a parte. Nel 1964, in confronto, tutte le
compagnie – ad eccezione delle sette majors e della Disney –
raccolsero soltanto l’1% di quota di mercato. Come ha scritto Finler nel
suo studio “The Hollywood Story” (1988), «sarà interessante vedere se i
vecchi studios storici saranno in grado di compiere un balzo indietro
nel futuro, come hanno fatto tante volte in passato, o se gli ultimi
sviluppi davvero riflettono un cambiamento fondamentale nell’industria
cinematografica americana, per la prima volta dagli anni Venti». |
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Dagli anni Novanta ad oggi
•
Gli studios tornano a dominare il box-office |
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1990
↓
oggi |
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Con l’eccezione della MGM/UA – la
cui posizione è stata occupata dalla Disney – i vecchi studios
storici hanno compiuto, infine, il balzo di cui parlava Finler,
riportando indietro le lancette dell’orologio. L’acquisto della
Twentieth Century-Fox da parte della News Corporation di
Murdoch, presagì una nuova serie di
acquisizioni societarie. Tra il
1989 e il 1994, Paramount, Warner Bros., Columbia e
Universal cambiarono tutte di
proprietà, divenendo parte di conglomerati che apportarono nuovi
strumenti finanziari e politiche di marketing aggressive.
Entro i primi anni Novanta, sia la Tri-Star che la Orion
erano essenzialmente fuori gioco: la prima inglobata nella Columbia,
la seconda fallita e venduta alla MGM. I più importanti
concorrenti emersi durante gli anni Novanta, New Line, la
Miramax dei fratelli Weinstein e la DreamWorks SKG, prima o
poi sono passati sotto il controllo delle majors, anche se oggi la
DreamWorks è tornata ad essere indipendente.
Lo sviluppo di
pseudo-indipendenti
“fatte in casa”, come succursali delle conglomerate, innescato dalla
Sony Pictures Classics e dal successo ottenuto col film “Pulp
Fiction” – primo progetto della Miramax di proprietà Disney
– ha significativamente indebolito la posizione delle case di produzione
realmente indipendenti. Il programma di distribuzione sul mercato delle
majors venne rivisto: durante il 2006 le
sei case di produzioni primarie, da sole, misero insieme un totale di
124 film; le tre etichette secondarie principali,
controllate dalle majors (New Line, Fox Searchlight,
Focus Features) ne aggiunsero altri 30.
La dominazione del box-office è stata
completamente ristabilita: nel
2006, le sei majors cinematografiche espressione dei sei conglomerati
industriali hanno raggiunto una quota di mercato complessiva dell’89,8%
del mercato nord-americano; Lionsgate e Weinstein si
attestano su una quota corrispondente alla metà di quanto, nel 1986,
raggiunsero le principali “mini-majors” di allora, ottenendo solo un
6,1% complessivo; MGM si posiziona sull’1,8% e tutte le restanti
società indipendenti si dividono una quota pari al 2,3% del totale.
Solo una delle major cinematografiche
è passata di mano nel corso del primo decennio del 2000, anche se lo ha
fatto due volte: Universal è stata acquistata da Vivendi
nel 2000 e poi da General Electric quattro anni più tardi. Altri
sviluppi hanno interessato alcune controllate dalle majors. Il grande
successo della casa di produzione animata Pixar, i cui film sono
stati distribuiti dalla Buena Vista, si è risolto con l’acquisto
della Pixar da parte della Disney nel 2006. Nel 2008,
New Line Cinema ha perso il suo status di indipendente, nell’ambito
di Time Warner, ed è diventata una filiale della Warner Bros.,
la quale ha annunciato la prospettata chiusura delle sue due unità
speciali, Warner Independent e Picturehouse. Anche la
Paramount, nel 2008, ha ricondotto le attività di produzione,
commercializzazione, distribuzione e servizi della Paramount Vantage
nell’ambito della casa madre. L’anno seguente, Universal ha
ceduto la sua divisione speciale, Rogue Pictures, alla
Relativity Media. (...) |
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