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Il cinema degli Stati Uniti d’America / 3
Gli eterni protagonisti dell’industria hollywoodiana: gli studios

Cronologia completa dei film 1908-1969  |  L’industria del cinema americano di ieri e di oggi  L’epoca d’oro e lo studio system

20th C.F.  |  Buena Vista  |  Columbia  |  M-G-M  |  Paramount  |  RKO-Radio  |  United Artists  |  Universal  |  Warner Bros.  |  Altri studios

Tratto da Wikipedia e liberamente integrato e/o modificato

   

Majors, minors e indipendenti
I sei giganti di oggi che dominano il 90% del mercato

 
Le majors di oggi:
le “Big Six” (al 2008)

1) Time Warner
(Warner Bros.)

2) Viacom
(Paramount)

3) Sony
(Columbia)

4) GE / Vivendi
(Universal)

5) News Corp.
(20th Century-Fox)

6) The Walt Disney
Company

 
 

 

  Uno studio cinematografico di grandi dimensioni definito “major” è una società di produzione e distribuzione che rilascia annualmente al pubblico un consistente numero di pellicole, tale da garantirsi il controllo di una quota significativa del box-office in un determinato mercato. Nel Nord America e nei paesi occidentali – così come nel resto del mondo -, i principali studios cinematografici conosciuti come “majors” sono rappresentati dai sei gruppi industriali che dominano attualmente il 90% del mercato di Stati Uniti e Canada, noti come i “Big Six”, giganti dei media che non comprendono più soltanto la produzione cinematografica, ma anche editoria, intrattenimento, multimedia ecc. Il quartier generale della divisione cinematografica di ciascuno degli attuali “Big Six” ha sede ancora a Hollywood o zone limitrofe, essendo tutte società già attive durante l’età d’oro del cinema americano fra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. In tre casi, Twentieth Century-Fox, Warner Bros. e Paramount, gli studios sono stati parte dei leggendari “Big Five” nel corso di tale periodo (gli altri due erano Metro-Goldwyn-Mayer e RKO-Radio). In due casi, Columbia e Universal, questi sono stati promossi al rango di “majors” solo in un secondo momento, essendo originariamente appartenenti al gruppo delle “majors minori” o “major-minors”, i cosiddetti “Little Three” dell’epoca d’oro (il terzo era la United Artists). Infine, il sesto fra i maggiori gruppi industriali cinematografici attuali, Walt Disney Company, esisteva già dagli anni Trenta ma solo come importante società di produzione indipendente, non come “major”.

Nella maggior parte dei “Big Six” attuali, con l’andare del tempo sono confluite società indipendenti, frutto di acquisizioni e/o fusioni societarie; le majors hanno anche costituito divisioni delle proprie case cinematografiche ciascuna specializzata in ambiti specifici o film di genere. Ovviamente le sei grandi di oggi operano in concorrenza con le società di produzione minori, le “minors”, come con le società di distribuzione o espressione dei produttori indipendenti, note come “Indie”. I maggiori “Indie” come Lionsgate, Summit Entertainment e l’ex-gigante Metro-Goldwyn-Mayer, sono soprannominati talvolta “mini-majors”, insieme ai più giovani Overture Films e Weinstein Company (quest’ultima in via di dissolvimento). Dal 1998 al 2005 la DreamWorks SKG arrivò a controllare una quota di mercato sufficiente a considerarla settima fra le majors, malgrado le sue ridotte dimensioni e l’appoggio a distributori esterni. Nel 2006 fu acquistata da Viacom, la casa madre della Paramount, per poi tornare ad essere indipendente nell’autunno del 2008, appoggiata alla Walt Disney per la distribuzione.

Oggi i principali studios sostengono la creazione e la distribuzione di film la cui produzione effettiva è in gran parte gestita da società indipendenti, talvolta appositamente create da loro stessi per concentrarsi sullo sviluppo di un film specifico, inclusa la semplice acquisizione dei diritti di distribuzione, anche senza coinvolgimenti preliminari nel corso della produzione. Per contro, le majors concentrano gran parte delle loro attività nelle aree di sviluppo, finanziamento, marketing e merchandising dei prodotti cinematografici.

   
   

Principali case di produzione e quote di mercato (al 2008)
Time Warner guida la classifica. Il declino della MGM

   
      Elenco dei principali conglomerati industriali di media e rispettive quote di mercato (anno 2008) con indicazione delle majors cinematografiche storiche inglobate (soltanto la Walt Disney è essa stessa un conglomerato industriale che porta il suo nome):

“Big Six” (majors)
1)  19,7%  →  Time WarnerWarner Bros. Pictures
2)  17,3%  →  ViacomParamount Pictures
3)  13,6%  →  SonyColumbia Pictures
4)  13,1%  →  General Electric / Vivendi S.A. Universal Studios
5)  12,7%  →  News CorporationTwentieth Century Fox
6)  11,3%  →  The Walt Disney CompanyWalt Disney Pictures

“Mini-majors” (minors)
1)  04,5%  →  Lionsgate
2)  02,4%  →  Summit Entertainment
3)  01,7%  →  Metro-Goldwyn-Mayer / United Artists
4)  01,1%  →  Overture

   
   

Le majors prima dell’epoca d’oro di Hollywood
Dai pionieri del cinema alla formazione dei primi studios

   
 

1910

1920

  Nel 1909 Thomas Edison, che lotto per anni nei tribunali sul controllo dei brevetti del cinema, ottenne un riconoscimento importante che portò alla creazione del Motion Picture Patents Company, comunemente conosciuto come il “Trust”. Comprendendo le nove maggiori compagnie cinematografiche americane di allora, il Trust – forse il primo conglomerato americano di film – «fu ideato per eliminare non solo i produttori cinematografici indipendenti ma anche le 10.000 imprese attive nella distribuzione e nell’esercizio delle sale». La lotta dei produttori indipendenti contro il Trust fu condotta da Carl Laemmle, la cui azienda – Laemmle Film Service – con sede a Chicago, operando nel Midwest e in Canada, era il più grande distributore del Nord America. Gli sforzi di Laemmle furono ricompensati nel 1912 quando il Governo degli Stati Uniti stabilì che il Trust è stato «un’associazione illecita e corrotta», tanto da dover essere sciolta. L’8 giugno 1912, Laemmle organizzò la fusione della sua divisione produttiva, IMP (Independent Motion Picture Company) con altre società cinematografiche, creando lo studio che presto avrebbe preso il nome di Universal. Entro la fine dell’anno, Universal era già operativa presso i due siti produttivi di Los Angeles: l’ex studio Nestor Film di Hollywood e un altro studio a Edendale. La prima “major” di Hollywood esordiva quindi nel mondo degli affari.

Nel 1916 un secondo protagonista di Hollywood gettò le proprie fondamenta quando Adolph Zukor fuse la propria casa di produzione Famous Players con la Jesse L. Lasky Feature Play Company, formando la Famous Players-Lasky Corporation. Come proprio braccio distributivo, il nuovo studio acquisì un’altra società, la Paramount Pictures, adottando in seguito il suo nome. La Paramount sorpassò rapidamente la Universal come compagnia dominante di Hollywood. Nel 1916 anche William Fox delocalizzò la propria Fox Film Corporation dalla costa orientale a Hollywood, iniziando una fase di espansione. Tra il 1924, quando la Metro Pictures si accordò con la Goldwyn Pictures e la Louis B. Mayer Productions per formare la Metro-Goldwyn-Mayer, e il 1928, anno durante il quale l’industria cinematografica americana si convertì in massa al cinema sonoro, Hollywood aveva i suoi “Big Two”: Paramount e Loew’s Incorporated, proprietaria della maggiore catena di sale cinematografiche nonché società madre della Metro-Goldwyn-Mayer. Nel corso del 1927, i successivi tre studi di maggiori dimensioni che andarono affermandosi furono Fox, Universal e First National (fondata nel 1917). Spronata dal grande successo de “Il cantante di jazz” (1927), il primo importante lungometraggio parlato, la piccola Warner Bros. (fondata nel 1919) entrò rapidamente nella schiera delle majors, tanto che nel 1928 acquistò la First National. Fox, in prima linea nel cinema sonoro come la Warner, acquisì anche un considerevole circuito di sale cinematografiche per proiettare i suoi prodotti.

   
   

Le majors durante l’epoca d’oro di Hollywood
Anni Trenta e Quaranta: la perfetta fabbrica dei sogni

   
 

1930

1940

  Tra la fine del 1928, quando David Sarnoff della RCA progettò la creazione dello studio RKO (Radio-Keith-Orpheum) e la fine del 1949, quando la Paramount fu costretta a cedere la sua catena di cinematografi - più o meno il periodo ritenuto come l’epoca d’oro di Hollywood – c’erano otto case di produzione cinematografiche comunemente considerate come majors. Fra queste otto, le cosiddette “Big Five” erano dei conglomerati integrati, combinando la proprietà di uno studio di produzione (con la stipulazione diretta dei contratti coi cineasti e gli attori), una divisione distributiva e una catena di cinematografi: Loew’s/MGM, Paramount, Fox (che divenne Twentieth Century-Fox dopo la fusione nel 1935), Warner Bros. e RKO-Radio. Le rimanenti majors furono indicate talvolta come “Little Three” oppure “major-minors”. Due – Universal e Columbia (fondata nel 1919) – furono organizzate in modo simile alle “Big Five”, tranne per il fatto che esse non furono mai proprietarie di una catena di sale cinematografiche (una costante e affidabile fonte di profitti). La terza delle major minori, United Artists (fondata nel 1919), possedeva alcuni teatri e usufruiva degli studi di proprietà dei consociati, ma soprattutto ha funzionato come sostenitore-distributore, prestando denaro a produttori indipendenti e distribuendo i loro film. Durante gli anni Trenta, le otto “majors” rilasciavano una media di circa 358 film all’anno; negli anni Quaranta, le quattro principali compagnie spostarono gradualmente la maggior parte delle proprie risorse verso produzioni ad alto budget a scapito delle film di serie B, abbassando la media annuale a 288 film.

Tra le caratteristiche significative dell’epoca d’oro c’erano la stabilità delle “majors” di Hollywood, la loro gerarchia e la loro quasi completa dominanza del box-office. All’apice dell’età d’oro, nel 1939, le “Big Five” avevano quote di mercato oscillanti dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer) al 9% (RKO-Radio); ciascuna delle “Little Three” deteneva una quota intorno al 7%. In sintesi, le otto majors controllavano il 95% del mercato e tutte le compagnie più piccole messe insieme raggiungevano il 5% come totale. Dieci anni dopo, lo scenario era sostanzialmente identico: le “Big Five” detenevano una quota di mercato oscillante dal 22% (Metro-Goldwyn-Mayer) al 9% (RKO); le “Little Three” avevano quote di mercato oscillanti dall’8% (Columbia) al 4% (United Artists). In sintesi, le otto majors controllavano il 96% del mercato e tutte le altre piccole case mettevano insieme un 4% come totale.

   
   

Le majors dopo l’epoca d’oro di Hollywood
Il declino dello studio-system e la guerra (persa) con la TV

   
 

1950

1960

  La fine dell’età d’oro coincise nel 1948 con la sconfitta delle majors nei confronti di una causa condotta dall’Antitrust federale, che terminò con l’obbligo di cedere una delle tre divisioni che componevano la macchina perfetta degli studios (allora composta da unità di produzione, ramo distributivo e circuito di cinematografi, in pratica le tre fasi che completavano il ciclo completo necessario a garantire i profitti delle majors, a scapito dei produttori indipendenti e delle case minori), optando per la cessione delle catene di sale cinematografiche detenute dalle “Big Five”. Benché questo provvedimento non produsse virtualmente effetti immediati, andando a scardinare il dominio delle otto majors sul box-office totale, di fatto iniziò a livellare il terreno di gioco fra le “Big Five” e le “Little Three”. Nel novembre del 1951, Decca Records acquistò il 28% della Universal; l’anno seguente, lo studio divenne la prima major di Hollywood ad essere rilevata da una compagnia estranea al business del cinema, non appena Decca acquisì la maggioranza della proprietà. Gli anni Cinquanta videro due sostanziali cambiamenti nella gerarchia delle majors: la RKO, da sempre la più debole fra le major, declinò rapidamente in seguito alla cattiva gestione dello studio da parte di Howard Hughes, che aveva acquisito il controllo azionario dello studio nel 1948. Col tempo Hughes vendette lo studio alla General Tire and Rubber Company nel 1955, mentre lo studio diventava una major di cui non rimaneva che la reputazione. Nel 1957, quasi tutte le attività della RKO legate alla produzione cinematografica cessarono e lo studio si sciolse nel 1959 (resuscitata in scala ridotta nel 1981, oggi opera come compagnia indipendente minore). Al contrario, vi è stata la United Artists, che aveva operato a lungo col modello di finanziamento e distribuzione dei film indipendenti, una formula verso la quale si orientarono progressivamente anche le altre majors. Sotto Arthur Krim e Robert Benjamin, che hanno iniziato a gestire la società nel 1951, la United Artists divenne una compagnia sempre più redditizia. Nel 1956 – quando distribuì uno dei più grandi campioni di incasso del decennio, “Il giro del mondo in 80 giorni”, arrivò a detenere una quota di mercato del 10%. Alla metà del decennio successivo, essa raggiunse il 16% e fu il secondo studio più redditizio di Hollywood. Malgrado il crollo della RKO, nel corso degli anni Cinquanta le majors riuscirono a distribuire ancora una media di 253 lungometraggi all’anno. ((in conclusione è opportuno ricordare come la fine dello studio-system sia stata accelerata anche dalla brusca riduzione degli incassi al box-office, un crollo nel numero di spettatori sempre più orientati al consumo domestico delle trasmissioni televisive a scapito della frequentazione dei cinematografi, n.d.r.).

Gli anni Sessanta sono caratterizzati da una serie di acquisizioni societarie. MCA, sotto Lew Wasserman, acquistò la Decca Records nel 1962, quindi anche la Universal; Gulf+Western rilevò la Paramount nel 1966 e la Transamerica Corporation acquistò la United Artists nel 1967. La Warner Bros. ha subito grandi riorganizzazioni due volte in due anni: la fusione nel 1967 con la Seven Arts e l’acquisto nel 1969 da parte della Kinney National, sotto Stephen J. Ross. Metro-Goldwyn-Mayer, in un processo di lento declino, cambiò di proprietà due volte nello stesso arco di tempo, liquidata nelle mani del finanziere Kirk Kerkorian. Nel corso di questo periodo, le majors abbandonarono quasi interamente le produzioni a basso budget, abbassando a meno di 160 la media annuale dei lungometraggi annualmente distribuiti. Il decennio vide anche un vecchio nome di Hollywood guadagnarsi una posizione di leader. Nel 1923, Walt Disney aveva fondato il Disney Brothers Cartoon Studio col fratello Roy e l’animatore Ub Iwerks. Nel corso dei successivi tre decenni, Disney divenne il produttore indipendente di riferimento nel campo dell’animazione e, dalla fine degli anni Quaranta, per un numero crescente di film dal vero. Nel 1954, la compagnia – adesso Walt Disney Productions - creò la propria divisione distributiva, Buena Vista Film Distribution, per gestire direttamente i propri prodotti che sono stati distribuiti per anni da diverse majors, soprattutto United Artists e poi RKO (“Biancaneve e i sette nani” 1937, distribuito dalla RKO, è stato il secondo più grande successo degli anni Trenta). Nel suo primo anno di vita, la Buena Vista ottenne un forte riscontro con “20.000 leghe sotto i mari”, il terzo più grande film al box-office nel 1954. Nel 1964, Buena Vista ha avuto il suo primo blockbuster, “Mary Poppins”, uno fra i più grandi risultati al botteghino di metà decennio. La compagnia raggiunse quell’anno il 9% di quota di mercato, più della Fox e della Warner Bros. Anche se nel corso dei due decenni successivi, le quote di mercato della Disney/Buena Vista raggiunsero nuovamente livelli simili, un numero di produzioni relativamente ridotto e la focalizzazione sui prodotti cinematografici per famiglie fecero sì che questa società non venisse considerata una major, malgrado il successo.

   
   

Anni Settanta e Ottanta
Dalla crisi al rinnovamento generale dell’industria

   
 

1970

1980

  I primi anni Settanta furono difficoltosi per tutte le majors. La frequenza delle produzioni, che già stava declinando rispetto all’epoca d’oro, raggiunse il picco negativo nel 1971. Nel 1973 James T. Aubrey, presidente della Metro-Goldwyn-Mayer, ridimensionò drasticamente lo studio, riducendo i programmi di produzione ed eliminando il suo braccio distributivo (la United Artists avrebbe distribuito da quell’anno i film dello studio per tutto il resto del decennio). Dei 15 rilasci nel 1973, l’anno successivo la MGM li ridusse a 5, e la sua media per il resto degli anni Settanta sarebbe stata ancora inferiore. I tagli, usando le parole dello storico cinematografico Joel Finler, «ridussero quel che una volta rappresentava l’orgoglioso studio in un fallito di Hollywood». Come la RKO nei suoi ultimi giorni sotto Hughes, la MGM rimase una major dal marchio illustre solo in termini di prestigio, ma nulla di più. La MGM, tuttavia, non è stato l’unico studio a rinunciare al suo ramo distributivo. Verso la metà degli anni Settanta, l’industria subì un contraccolpo dal quale scaturì una svolta filosofica nel modo di produrre. Mentre le majors andavano focalizzando sempre di più la loro attività principalmente nello sviluppo di nuovi e promettenti film campioni di incassi ad alto budget, iniziando la prassi di distribuirli in contemporanea in molte centinaia di sale cinematografiche (con un approccio chiamato “saturation booking”), il numero complessivo di pellicole rilasciate dalle majors nel corso del periodo 1974-1984 scese a 81 film annuali. Il classico scenario delle majors fu scosso ulteriormente alla fine del 1980, quando il disastrosamente costoso flop del film “I cancelli del cielo” portò la United Artists alla rovina. Lo studio venne venduto l’anno successivo a Kerkorian, il quale lo fuse alla sua MGM, creando la MGM/UA che, dopo una breve ripresa, imboccò nuovamente la strada del declino. Dalla metà degli anni Ottanta, MGM/UA è stata, nel migliore dei casi, una “mini-major”, per usare un termine di oggi.

Nel frattempo, un nuovo membro fu finalmente ammesso nel club dei grandi studios e due contendenti significativi apparvero sulla scena. Con la creazione del marchio Touchstone Pictures e la crescente attenzione al mercato adulto nella metà degli anni Ottanta, la Disney/Buena Vista si vide garantire il riconoscimento ufficiale di “major” a pieno titolo. Gli altri due contendenti furono entrambe nuove imprese. Nel 1978, Krim, Benjamin e altri tre dirigenti lasciarono la United Artists per fondare la Orion Pictures in joint-venture con Warner Bros., annunciata ottimisticamente come “la prima nuova major cinematografica in 50 anni”. Tri-Star Pictures fu creata nel 1982 come una joint-venture fra Columbia Pictures (allora di proprietà della Coca-Cola), HBO (allora di proprietà di Time, Inc.) e CBS. Nel 1985, la News Corporation di Rupert Murdoch ha acquistato la Twentieth Century-Fox, l’ultima major fra le cinque classiche rimasta relativamente sana e indipendente attraverso l’intera epoca d’oro di Hollywood ed anche in seguito.

Nel 1986, la quota di mercato complessiva di tutte le sei major classiche superstiti – a quel punto Paramount, Warner Bros., Columbia, Universal, Twentieth Century-Fox e MGM/UA scese al 64%, la più bassa dall’inizio dell’età d’oro. La Walt Disney era in terza posizione, dietro solo a Paramount e Warner Bros. Anche comprendendola come settima major e aggiungendo il 10% della sua quota di mercato, il controllo del box-office generale del Nord America da parte delle majors segnò un calo storico. Orion, ormai completamente indipendente dalla Warner Bros., e Tri-Star si erano ben posizionate come “mini-majors”, ciascuna con una quota di mercato di circa il 6% nel Nord America. Le piccole case di produzione indipendenti raccolsero complessivamente il 13%, più di ogni altro studio, Paramount a parte. Nel 1964, in confronto, tutte le compagnie – ad eccezione delle sette majors e della Disney – raccolsero soltanto l’1% di quota di mercato. Come ha scritto Finler nel suo studio “The Hollywood Story” (1988), «sarà interessante vedere se i vecchi studios storici saranno in grado di compiere un balzo indietro nel futuro, come hanno fatto tante volte in passato, o se gli ultimi sviluppi davvero riflettono un cambiamento fondamentale nell’industria cinematografica americana, per la prima volta dagli anni Venti».

   
   

Dagli anni Novanta ad oggi
Gli studios tornano a dominare il box-office

   
 

1990

oggi

  Con l’eccezione della MGM/UA – la cui posizione è stata occupata dalla Disney – i vecchi studios storici hanno compiuto, infine, il balzo di cui parlava Finler, riportando indietro le lancette dell’orologio. L’acquisto della Twentieth Century-Fox da parte della News Corporation di Murdoch, presagì una nuova serie di acquisizioni societarie. Tra il 1989 e il 1994, Paramount, Warner Bros., Columbia e Universal cambiarono tutte di proprietà, divenendo parte di conglomerati che apportarono nuovi strumenti finanziari e politiche di marketing aggressive. Entro i primi anni Novanta, sia la Tri-Star che la Orion erano essenzialmente fuori gioco: la prima inglobata nella Columbia, la seconda fallita e venduta alla MGM. I più importanti concorrenti emersi durante gli anni Novanta, New Line, la Miramax dei fratelli Weinstein e la DreamWorks SKG, prima o poi sono passati sotto il controllo delle majors, anche se oggi la DreamWorks è tornata ad essere indipendente.

Lo sviluppo di pseudo-indipendenti “fatte in casa”, come succursali delle conglomerate, innescato dalla Sony Pictures Classics e dal successo ottenuto col film “Pulp Fiction” – primo progetto della Miramax di proprietà Disney – ha significativamente indebolito la posizione delle case di produzione realmente indipendenti. Il programma di distribuzione sul mercato delle majors venne rivisto: durante il 2006 le sei case di produzioni primarie, da sole, misero insieme un totale di 124 film; le tre etichette secondarie principali, controllate dalle majors (New Line, Fox Searchlight, Focus Features) ne aggiunsero altri 30. La dominazione del box-office è stata completamente ristabilita: nel 2006, le sei majors cinematografiche espressione dei sei conglomerati industriali hanno raggiunto una quota di mercato complessiva dell’89,8% del mercato nord-americano; Lionsgate e Weinstein si attestano su una quota corrispondente alla metà di quanto, nel 1986, raggiunsero le principali “mini-majors” di allora, ottenendo solo un 6,1% complessivo; MGM si posiziona sull’1,8% e tutte le restanti società indipendenti si dividono una quota pari al 2,3% del totale.

Solo una delle major cinematografiche è passata di mano nel corso del primo decennio del 2000, anche se lo ha fatto due volte: Universal è stata acquistata da Vivendi nel 2000 e poi da General Electric quattro anni più tardi. Altri sviluppi hanno interessato alcune controllate dalle majors. Il grande successo della casa di produzione animata Pixar, i cui film sono stati distribuiti dalla Buena Vista, si è risolto con l’acquisto della Pixar da parte della Disney nel 2006. Nel 2008, New Line Cinema ha perso il suo status di indipendente, nell’ambito di Time Warner, ed è diventata una filiale della Warner Bros., la quale ha annunciato la prospettata chiusura delle sue due unità speciali, Warner Independent e Picturehouse. Anche la Paramount, nel 2008, ha ricondotto le attività di produzione, commercializzazione, distribuzione e servizi della Paramount Vantage nell’ambito della casa madre. L’anno seguente, Universal ha ceduto la sua divisione speciale, Rogue Pictures, alla Relativity Media.

(...)

   

Copyright © 2003 -  Damiano Negri. Tutti i diritti riservati.