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Il cinema degli Stati Uniti d’America / 4
L’epoca d’oro di Hollywood fra ascesa e declino dello studio system

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Tratto da Wikipedia e liberamente integrato e/o modificato

   

Dalla nascita del cinema sonoro alla sentenza della Corte Suprema
Le otto majors di ieri, protagoniste di un’era irripetibile

 
Le majors di ieri:
le “Big Five”

1) Loew’s Inc.
(M-G-M)

2) Twentieth
Century-Fox

3) Paramount
Pictures

4) Warner Bros.
Pictures

5) RKO-Radio
Pictures


Le “Little Three”

1) Columbia
Pictures

2) Universal
Pictures

3) United Artists

 
 

 

  Lo “studio system” era il metodo di produzione e distribuzione cinematografica dominante a Hollywood dai primi anni Venti fino agli anni Cinquanta del Ventesimo Secolo. Il termine “studio system” si riferisce in primo luogo alla pratica delle grandi case cinematografiche di produrre lungometraggi principalmente nei propri studios e backlot con personale creativo, spesso sotto contratto a lungo termine, e in secondo luogo a perseguire l’integrazione verticale dell’intero ciclo produttivo attraverso la proprietà o il controllo effettivo sia dei distributori che delle catene di sale cinematografiche, oltretutto garantendosi ulteriormente i margini di profitto attraverso tecniche di promozione indirizzate al più vasto pubblico. Nel 1948 una sentenza della Corte Suprema contro il monopolio della distribuzione e dell’esercizio delle sale cinematografiche (Antitrust) ha accelerato la fine dello studio system. Nel 1954 l’ultimo dei legami operativi fra uno studio importante e la sua catena di sale cinematografiche veniva definitivamente spezzato e l’era della studio system si concludeva ufficialmente. Il periodo che va dall’introduzione del cinema parlato fino alla sentenza della Corte con l’inizio della disgregazione degli studios – 1927/29-1948/49 – è comunemente noto come l’epoca d’oro di Hollywood.

Durante l’epoca d’oro, furono le otto società comunemente note come gli studios a promulgare lo studio system hollywoodiano. Fra queste otto, cinque erano totalmente conglomerati integrati (i famosi “Big Five”), combinando la proprietà di uno studio di produzione, una divisione distributiva e una sostanziale catena di sale cinematografiche, contrattando autonomamente con i cineasti e il personale creativo: Fox Film Corporation (più tardi Twentieth Century-Fox), Loew’s Incorporated (proprietaria del più vasto circuito di sale e casa madre della Metro-Goldwyn-Mayer), Paramount Pictures, RKO-Radio Pictures e Warner Bros. Pictures. Due majors – Universal Pictures e Columbia Pictures – erano organizzate similmente alle “Big Five” ma non arrivarono mai a possedere un circuito di sale cinematografiche di pari livello. L’ottava major (e terza fra i “Little Three” insieme a Universal e Columbia), la United Artists, possedeva solo alcuni teatri e aveva accesso a due impianti di produzione di proprietà di alcuni membri del suo gruppo ma essa ha funzionato soprattutto come finanziatrice di film realizzati dai produttori indipendenti e distribuendo i loro film sul mercato.

   
   

Il cinema sonoro e i “Big Five”
Da “Il cantante di jazz” alla formazione delle “cinque grandi”

   
 

 

  Il biennio 1927-28 è generalmente considerato come l’inizio dell’epoca d’oro di Hollywood coincidendo con le fasi finali più importanti mirate alla creazione del controllo dell’industria cinematografica americana attraverso lo studio system. Il successo de “Il cantante di jazz” (The Jazz Singer”, 1927), il primo lungometraggio “talkie” – parlato (anche se, in realtà, la maggior parte delle sue scene non furono registrate in presa diretta), diede una forte spinta alla Warner Bros., allora una casa cinematografica di medie dimensioni. L’anno successivo vide sia l’introduzione generale del sonoro in tutta l’industria e due grandi risultati per la Warner, ovvero “Il cantante pazzo” (“The Singing Fool” 1927), seguito ancora più redditizio de “Il cantante di jazz”, e il primo film “all-talking” di Hollywood, “Lights of New York”, così come significativi sono stati i numerosi sviluppi tecnici conseguiti nel frattempo dagli studios del cinema. La Warner Bros., spinta dal successo dei primi “talkies”, acquistò la grande catena di cinematografi Stanley nel settembre del 1928. Un mese dopo, rilevò la partecipazione azionaria di controllo della compagnia di produzione First National, uno studio di fama superiore alla Warner fino a poco tempo prima dell’acquisizione. Con l’acquisto della First National, la casa di produzione dei quattro fratelli Warner si aggiudicò non solo lo studio da 135 acri con gli impianti per le riprese in interni e i backlot per gli esterni ma anche una vasta catena di sale cinematografiche. In sostanza, i Warner misero a segno il colpo vincente al momento giusto.

Tra i “Big Five”, l’ultimo dei conglomerati dell’epoca d’oro di Hollywood emerse nel 1928: RKO-Radio. La Radio Corporation of America (RCA), guidata da David Sarnoff, era alla ricerca dei modi per sfruttare i brevetti del sonoro nel cinema, recentemente licenziati col nome “RCA Photophone”, di proprietà della società madre, la General Electric. Mentre le aziende leader nella produzione cinematografica si stavano preparando a firmare accordi in esclusiva con la Western Electric per la sua tecnologia, RCA entrò essa stessa nel mondo del cinema. Nel mese di gennaio, General Electric acquisì una considerevole partecipazione nella Film Booking Offices of America (FBO), una piccola casa di produzione e distribuzione di proprietà di Joseph P. Kennedy, padre del futuro Presidente. In ottobre, attraverso una serie di trasferimenti azionari, RCA si guadagnò il controllo della società FBO e della catena di sale cinematografiche della Keith-Albee-Orpheum; fondendosi fra loro in un unico conglomerato, nacque così la Radio-Keith-Orpheum Corporation, con Sarnoff alla guida del consiglio di amministrazione. Con la RKO e la Warner Bros. (di lì a poco destinata a diventare Warner Bros.-First National), raggiungendo Fox, Paramount e Loew’s/MGM tra i maggiori protagonisti del settore, il “Big Five” che avrebbe governato Hollywood - e quindi gran parte del cinema mondiale - nei decenni a seguire, era adesso completato.

   
   

Il regno delle majors
Gli studios più redditizi, dalla MGM alla RKO-Radio

   
      La classifica dei “Big Five” in termini di redditività (strettamente legata alla quota di mercato) è venuta consolidandosi nel corso l’epoca d’oro: la Metro-Goldwyn-Mayer fu la numero uno per undici anni, 1931-41. Il primato della Paramount, lo studio più redditizio durante gli inizi del sonoro (1928-30) andò scemando nel corso del decennio successivo e la Twentieth Century-Fox fu la numero due per la maggior parte del regno della MGM. La Paramount ricominciò a decollare gradualmente nel 1940, affiancandosi infine alla MGM due anni più tardi; da quel momento, e fino alla riorganizzazione avvenuta nel 1949, rimase lo studio di maggiore successo sotto l’aspetto finanziario fra i “Big Five”. Con l’eccezione del 1932 – quando tutte le compagnie, tranne la MGM persero denaro, e la RKO perse qualcosa meno dei suoi concorrenti – fu proprio la RKO ad essere la major destinata a piazzarsi ultima in classifica in ogni anno dell’età d’oro di Hollywood, con la Warner Bros. anch’essa generalmente in coda. Fra le majors più piccole, le cosiddette “Little Three”, la United Artists si piazzò costantemente in coda alla classifica, con la Columbia Pictures più forte nel corso degli anni Trenta e la Universal Pictures in testa durante la maggior parte degli anni Quaranta.    
   

La fine del sistema e la morte della RKO-Radio
• La Corte Suprema contro i “Big Five”

   
      Una delle tecniche utilizzate per sostenere lo studio system fu il “block booking”, un sistema di vendita multipla di più film alle sale cinematografiche in un unico stock. Come singola unità – cinque film era lo standard di vendita praticato per la maggior parte degli anni Quaranta – la formula prevedeva la presenza di un solo lungometraggio particolarmente interessante, insieme ad un mix di film di serie A di dubbia qualità e da altri film di serie B come completamento dell’offerta. Il 4 maggio 1948, nel corso della causa promossa dalla Federal Trade Commission congiuntamente al Dipartimento di Giustizia, nota come “Paramount Case” intentata contro tutti i “Big Five”, la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge proprio la pratica del “block booking”. Ritenendo che questi conglomerati industriali stessero effettivamente violando le norme Antitrust, i giudici si astennero dall’impartire alle majors una decisione definitiva vincolante per correggere questo difetto e il caso fu rinviato al tribunale di grado inferiore da cui era pervenuto, il quale suggerì che il divorzio – ovvero la completa separazione degli interessi degli esercenti delle sale cinematografiche da quelli riguardanti produttori e distributori – fosse la risposta ideale. I “Big Five”, però, sembrarono apparentemente uniti nella loro determinazione a combattere a colpi di procedimenti legali anche per anni, come avevano già abilmente dimostrato, dopo tutto, quando il “Paramount Case” fu originariamente presentato per la prima volta dalla giustizia federale, il 20 luglio 1938.

Tuttavia, dietro le quinte alla RKO, la sentenza della Corte Suprema che da un lato mise in agitazione i vertici dei conglomerati, dall’altro fu vista come un’opportunità per lo studio. Nel corso dello stesse mese in cui la decisione della Corte fu promulgata, l’eccentrico miliardario Howard Hughes acquisì una partecipazione di controllo nella società. Visto che la RKO controllava la più piccola catena di sale cinematografiche fra le “Big Five”, Hughes ritenne che il divorzio delle altre majors dai rispettivi circuiti potesse generare un effetto domino “livellando” le differenze fra la RKO e gli studios maggiori, aiutando la sua casa di produzione a competere finalmente in modo paritario con i suoi concorrenti. Hughes segnalò la sua disponibilità al governo federale per definire un decreto di autorizzazione che portasse alla separazione delle sue attività cinematografiche. Secondo l’accordo, Hughes avrebbe diviso il suo studio in due entità, RKO Pictures Corporation e RKO Theatres Corporation, impegnandosi a cedere la sua partecipazione in una o l’altra da una certa data. Il “via libera” di Hughes alla separazione volontaria della RKO in due comparti mise in discussione il teorema nel frattempo elaborato dagli avvocati delle altre “Big Five”, impegnati a dimostrare che tali rotture fossero irrealizzabili. Al di là del pronunciamento di maggio della Corte Suprema, fu in realtà l’accordo sottoscritto da Hughes col governo federale, firmato l’8 novembre 1948, la vera campana a morto dell’epoca d’oro di Hollywood. La Paramount fu tra le prime majors a capitolare, definendo un analogo accordo nel febbraio successivo. Lo studio, che aveva combattuto contro lo scorporo per così tanto tempo, divenne il primo a definire la cessione dell’esercizio, conferendo il proprio circuito di sale cinematografiche ad una società autonoma (United Paramount Theaters) in anticipo sui tempi, il 31 dicembre 1949. L’epoca d’oro era finita. Attraverso l’accordo di Hughes col governo federale, e quelli degli altri studios che presto seguirono, lo studio system era destinato a sopravvivere soltanto un mezzo decennio ancora. Lo studio fra le majors che meglio sembrò adattarsi alla nuova cornice legislativa, traendone un immediato vantaggio, fu la United Artists, il più piccolo; guidato da un nuovo management dal 1951, terminando i vincoli contrattuali per l’utilizzo degli impianti di produzione Pickford-Fairbanks e sviluppando nuove relazioni con produttori indipendenti (adesso più coinvolti in investimenti diretti), lo studio forgiò un modello di business che Hollywood avrebbe sempre più emulato negli anni a venire. Lo studio system intorno al quale l’industria era stata organizzata per tre decenni, infine tramontò definitivamente nel 1954, quando la Loew’s tagliò ogni legame operativo con la Metro-Goldwyn-Mayer.

La fuga in avanti di Hughes contribuì a rompere lo schema dello studio system, ma (al di là degli auspici iniziali) servì ben poco alla RKO. Gli effetti della sua leadership dirompente – unita all’emorragia di pubblico attratto dalla televisione che segnò profondamente tutta l’industria – furono evidenti a tutti gli osservatori di Hollywood. Nel 1952 Hughes cercò di salvare il suo investimento nella RKO cedendo il controllo dello studio ad un cartello di investitori di Chicago senza alcun tipo di esperienza cinematografica, ma l’operazione finanziaria fallì e l’anno successivo dovette tornare in carica alla società, mentre la catena di sale cinematografiche della RKO veniva finalmente venduta, come prescritto. Sempre nel 1953, la compagnia General Tire and Rubber, intenzionata ad espandere le attività della sua piccola divisione broadcasting, chiese a Hughes la disponibilità della library RKO da programmare in televisione. Così Hughes aumentò la propria partecipazione azionaria acquisendo praticamente tutta la proprietà della RKO entro il mese di dicembre del 1954 e l’estate seguente formalizzò la vendita dell’intero studio alla General Tire and Rubber. I nuovi proprietari fecero cassa rapidamente, rientrando in parte dell’investimento iniziale, vendendo i diritti della library - che finalmente avevano ottenuto - alla C&C Television Corp., una società controllata di bevande, per la trasmissione televisiva (la RKO avrebbe conservato solo i diritti di alcuni canali televisivi che General Tire and Rubber aveva portato con sé). Secondo l’accordo, i film vennero privati della loro identità RKO, prima di essere inviati da C&C alle emittenti televisive locali; il famoso logo di apertura, col suo globo e la torre radiofonica, fu rimosso, così come qualsiasi altro marchio registrato dello studio. Tornati a Hollywood, i nuovi proprietari della RKO incontrarono poco successo nel campo dell’industria cinematografica ed entro il 1957 lo studio arrivò al capolinea, cessando la produzione e vendendo gli studios, che furono acquistati dalla compagnia Desilu di Lucille Ball e Desi Arnaz, che poi li rivendettero nel 1967 alla Paramount. Proprio come la United Artists, lo studio adesso non aveva più uno studio ma, a differenza della United Artists, detenendo a malapena i diritti dei propri vecchi film, la nuova RKO non vide alcun interesse nel continuare a produrne di nuovi. Così, nel 1959 la società abbandonò completamente il business cinematografico.

   
   

Prove di studio system in Europa e Asia
• Lesempio americano nel contesto internazionale

   
      Lo studio system è in gran parte identificato come un fenomeno americano, ma a volte anche società di produzione cinematografica di altri paesi hanno raggiunto e mantenuto la piena integrazione in modo simile a quella dei “Big Five” di Hollywood. Come scrive lo storico James Chapman, «in Gran Bretagna solo due compagnie raggiunsero la piena integrazione verticale (la Rank Organization e la Associated British Picture Corporation). Altri paesi in cui si verificarono un certo livello di integrazione verticale furono la Germania durante gli anni Venti (Universum Film Aktiengesellschaft, o UFA), la Francia durante gli anni Trenta (Gaumont-Franco-Film-Aubert e Pathé-Natan) e Giappone (Nikkatsu, Shochiku e Toho). L’India, la quale rappresenta forse l’unico serio concorrente dell’industria cinematografica statunitense, a causa della sua posizione dominante sul proprio e sugli altri mercati asiatici, non ha, al contrario, mai raggiunto alcun grado di integrazione verticale». Tornando al Giappone, nel 1929 quasi il 75% delle sale cinematografiche giapponesi erano connesse con Nikkatsu o Shochiku, i due studios più grandi di quel tempo.    
   

Dopo il sistema: Hollywood oggi
• La persistenza del modello “United Artists”

   
 

 

  Oggi, cinque delle majors dell’epoca d’oro di Hollywood continuano ad esistere come entità principali di conglomerati mediatici più ampi: Columbia (di proprietà della Sony), Twentieth Century-Fox (di proprietà della News Corporation), Warner Bros. (di proprietà della Time Warner), Paramount (di proprietà della Viacom) e Universal (di proprietà della General Electric e NBC Universal). Inoltre la Buena Vista Motion Pictures Group di proprietà della Walt Disney Company è emersa come una major, risultando fra i nuovi “Big Six”. Con l’eccezione della Disney, tutti questi cosiddetti major-studios sono essenzialmente basati non sul modello classico dei “Big Five” ma sulla vecchia United Artists: cioè sono principalmente distributori-finanziatori (e affittuari degli impianti di produzione) piuttosto che compagnie di produzione vere e proprie.

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